Lo hanno chiamato il pittore dei cieli per i suoi cieli azzurri trapuntati da nuvole bianche. Cieli che, tra il naturale e l’artificiale, hanno invaso interni di case e carrozzerie di automobili. Ma Antonio Carena (Rivoli 1925-2010) è stato molto di più: ha precorso l’informale e il graffitismo, passando attraverso pop art e arte povera. È stato uno dei più originali e sensibili artisti – anche se schivo – in una effervescente Torino che, negli anni Cinquanta, primeggiava e si confrontava con Parigi e Vienna. Allora sì, Torino era davvero europea e internazionale con le sue mostre d’avanguardia, gallerie, intellettuali e artisti. Con i suoi caffè, veri e propri salotti letterari, dove critici, giornalisti, scrittori si riunivano a discutere. Ma non solo negli anni 50, anche prima, passando attraverso due guerre.

Carena era uno di loro. Un artista alla continua ricerca della luce, dopo anni di buio, originale nella tecnica e nel pensiero. Amico e stimato da grandi colleghi come Lucio Fontana, che il 14 maggio 1964 gli scriveva: «…seguo il tuo lavoro da vari anni, sempre coerente ad una precisa ricerca, e concluso recentemente con i tuoi ultimi lavori, così attuali, che mi lasciarono veramente entusiasta.» I lavori erano carrozzerie di auto dipinte e specchianti e pellicole in lamiera nera dipinta a nitro speculare.

Ma il percorso alle spalle di Carena era già nutrito. Giovanissimo aveva studiato pittura all’Accademia Albertina di Torino con Enrico Paulucci. Colori fluidi e brillanti tesi verso lo spazio, che lo portano a fine anni cinquanta a una stesura pittorica sciolta e luminosa increspata da leggere aggregazioni di sabbia 

È l’informale, come nota Michel Tapié, il critico francese trasferito da Parigi a Torino nel 1956, teorico della nuova estetica, che scrive il testo di presentazione della mostra di Carena alla galleria Notizie nel 1959.

«Antonio Carena è una delle forze più valide tra i giovani a Torino e in Italia» scriveva nel 1960 un altro critico, Albino Galvano. In questi anni, sotto l’influenza della pop art americana, nasce l’interesse di Carena per la dimensione oggettuale del manufatto artistico. L’artista è infatti tra i primi in Italia che lavorano sul prelievo di parti dell’oggetto ripreso dall’ambiente urbano e industriale, evidenziandone il dato speculare. Sostituisce la tela con parti di lamiera e di carrozzeria, giocando con la superficie riflettente e catturando immagini dal reale.

Nel 1965 crea affascinanti Cieli trompe l’œil, iperrealisti, dipingendoli con l’areografo. Il motivo del cielo diventa caratteristico del suo lavoro, cui si adeguano neologismi come “cielismo”, “cielagione”, “nuvolare” e altro. Così Carena “inciela” i palazzi di mezza Europa.

Ma c’è un altro aspetto in cui l’artista è pioniere: il graffitismo. Nel 1970 inventa infatti ai cartelli sostenuti da aste, su cui vengono scritte parole ironiche, tipo: “Vogliamo cieli puliti”. La serie delle sue scritte, dagli anni settanta al duemila e oltre, veri e propri labirinti di luce con parole e grafie, riguardano problemi di massa, dal sesso alla droga. Ma sono ancora molte le cose che ha fatto Antonio Carena, grande e originale artista da non dimenticare.

DI MAURIZIA TAZARTES Il Giornale OFF.IT

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