ANTONIO CARENA E I SUOI CIELI “PIÙ VERI DEL VERO”

Torino Magazine, Edizioni Sant’Anselmo, Anno 19, n° 77 (n° 1 2007)

L’artista piemontese, tra i primi ad abbracciare l’informale in italia, si è distinto in diverse mostre ed ha ricevuto riconoscimenti internazionali. Dopo aver lavorato su parti di oggetti desunti dall’ambiente urbano, ha scelto il quadro che ‘si significa’. Le sue tele azzurre percorse da nuvole bianche sono portatrici di serenità. Sempre pronto a sperimentare ha realizzato una videoperformance con il regista Willy Darco.

Nato a Rivoli, dove risiede, Antonio Carena ha sempre ribadito l’attaccamento alla terra piemontese, alla sua città, ad un’umiltà e una stima per il lavoro degli altri che ne un uomo ed una artista ‘singolare’. Dietro alle affermazioni razionali e a volte ironiche che lo contraddistinguono c’è un individuo affettuoso e sensibile, che ama e conosce l’arte, il cui percorso ha visto sperimentarne ed abbracciarne alcune tendenze ma mai in maniera propedeutica.

«Se si crea con il distacco dato dal vo/er seguire determinate regole — afferma—o se non si sa fare altrimenti, il lavoro non dà emozioni».

Cosa procura allora soddisfazione secondo lei?

«La soddisfazione sta nell’appurare che la ‘porzione’ che si dipinge porta serenità a chi la guarda». Convinzione che lo ha portato, dopo un lungo percorso artistico, a scegliere «il quadro che si significa e non quello che ha un racconto».

Nella sua casa la passione per l’arte, perl e opere di altri artisti da lui stimati, per la scultura, la sperimentazione, si percepiscono ovunque. La colonna di tazzine di vario tipo impilate una sull’altra fino a toccare il soffìtto, della scultrice Matilde Domestico, il cubo di plexiglass di Arman che contiene mezzo quintale di rifiuti newyorkesi, la postazione particolare del pianoforte a coda dell’Ottocento; un ‘taglio’ di Fontana, che Carena ritiene aver «quintessenziato lo spazio perché ha trovato la terza dimensione senza fingere», sono solo alcuni particolari degli ambienti che ci circondano, scelti da questo artista perché «si significano». Ce li racconta in maniera disincantata davanti ad un bicchiere di Barbera con l’energia, l’aria smaliziata, l’esperienza e la voglia di agire istintualmente che vorrei riuscire a carpire. Nel giardino-laboratorio della sua dimora, che si apprezza da una grande vetrata, Carena dipinge, crea i suoi cieli e cattura le armonie «con estrema semplicità». Ma occorre fare qualche veloce passo indietro per capirne le caratteristiche. Nel dopoguerra italiano, all’Accademia, scelse la libertà didattica di Paulucci, aperta al colorismo fluido e vibrante e, sin dalle prime personali nella prima metà degli anni Cinquanta, trasparirono la volontà di rendere espressiva una grafia turbolenta e risentita e, più avanti, la convinzione che non si possano più dipingere l’uomo o il paesaggio ma lo stato d’animo. Allo stesso modo in cui era stato uno tra i primi artisti italiani ad entrare nella poetica dell’informale, dal 1960 fu tra i primi ad uscirne. Lavorò su parti di oggetti desunti dall’ambiente urbano e industriale che, sostituendosi alla tela, rappresentavano l’essenziale del mondo degli oggetti e potevano, in maniera speculare, catturare ambienti, paesaggi, figure. Poi giunse all’invenzione dei suoi magnifici ‘Cieli, trompe-l’oeil’, dipinti con l’aerografo: sezioni di cieli azzurri e luminosi percorsi da nuvole bianche, più veri del vero, da godersi nella dimensione urbana, nel chiuso delle stanze cittadine. «Con i cieli non cerco di inventare, ma di godere di suggerimenti datimi dalla situazione in cui mi trovo. Quando penso al mondo, penso semplicemente alla sua esistenza, ne tento la conoscenza fissando un’esperienza della realtà…».

Cosa l’ha condotto a scegliere i cieli come soggetti predominanti le sue opere?

«Il fatto che si deve essere portatori di serenità. Il quadro è fatto per gli occhi; i miei cieli sono artificiali, limpidi, con nuvole algide, non è esattamente ciò che si vede fuori dalla finestra. Ma lasciando ai viscerali la volontà di trasferire sulla tela il fatto che la vita è un dramma, o ai romantici la scelta di determinati soggetti, io preferisco non essere sentimentale. Sono contro la banalità del cielo azzurro-pensiero e cerco di disopacizzare uno spazio neutro in virtù della nuvolazione che tipicizza il mio modus operandi, fabbricativo di un cielismo finzionale, non protesico della naturalità ma afferente ad una sromantica operazione in vitro».

E la scelta di realizzarli a spruzzo da cosa è stata dettata?

«Ho iniziato nel l965 a realizzarli così; sono più artificiali, più calati nelle mie corde, nella dinamica iperbolica dei tempi di trasformazione. Non ritocco le tele. Ora catturo le armonie con semplicità, non preordino, opero istintualmente».

Se c’è, qual è il suo archetipo?

«La nuvolazione che intende disopacizzare uno spazio neutro. E da qui concretizzo la parte che ho scelto. Il bianco delle nuvole è lo scopo per illimpidire la porzione dipinta».

Come ha iniziato e perché?

«In realtà sono stato battezzato con l’acqua ragia! Mio padre era decoratore e sono cresciuto in mezzo a solventi e vernici. Ho iniziato presto a lavorare con lui mentre frequentavo il liceo artistico».

Ha decorato con inserti di ‘Cielo’ numerosi palazzi pubblici e privati, come la volta dello scalone del Castello di Rivoli, alcuni soffitti dell’Hotel de Ville D’Albret a Parigi e molti appartamenti privati. Ha esposto giovanissimo alla Biennale, partecipato a numerose mostre nazionali e internazionali e vinto premi. È stato direttore dell’Accademia delle Belle Arti di Cuneo dal 1996 al 2005, nonché professore, ed ora insegna all’Università della Terza Età al Collegio San Giuseppe di Rivoli.

Cosa insegnava ai suoi alunni, ed insegna ancora?

«Libertà assoluta, purché ci sia un senso in ciò che si fa e si trasmetta qualcosa a chi guarda l’opera. Meglio se si è portatori di limpidezza».

Ha coltivato e sviluppato la passione per l’arte in maniera personale, trasferendo nel suo modo di operare una filosofia di vita dettata dal rifiuto di regole precostituite a favore di ciò che preserva dalla noia e dall’erudizione a tutti i costi. Sensibile, generoso e sempre attento ai pensieri dei  giovani, afferma: «avrei potuto fare molto di più, fossi stato meno pigro». Ha realizzato con Gianni Fornaresio, editore di grafiche d’autore di qualità, grafiche di diverse sue opere e continua a sperimentarsi prestando sé stesso e la sua arte alla  realizzazione di video ed altre performance.

 

Videoperformance, il video come documento

Il celebre artista dipinge il corpo di una modella d’eccezione (la performer milanese Elisabetta Mastro) e realizza un inedito lembo di cielo con il suo corpo; il regista Willy Darko (noto per i video documentativi sui percorsi di ricerca dei protagonisti dell’arte contemporanea) registra la videoperformance di Antonio Carena. Per questo video, nato da un’idea del regista Darko nel febbraio 2006, è stata scelta come inconsueta location la sala detta ‘Crociera’ situata al piano terra del Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, vuota e ancora non disponibile ai pubblico. Il video elegge a fondale scenografico la classicità rinascimentale della sala con inquadrature in cui è collocata l’azione dell’artista intento a dipingere il corpo della modella che, con pennnellate di blu, gradualmente si trasforma in un lembo di cielo. ‘Oggi sereno’ è il titolo ironico dell’opera della durata di 23’ 15”, che contiene anche una videointervista condotta da Ivana Mulatero, centrata sulla poetica dell’artista. Il video, proiettato per la prima volta il 22 marzo ‘06 all’Antica Farmacia del Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino con la partecipazione di critici e giornalisti, è stato protagonista di una serata presso lo studio Fornaresio e riproposto al Centre Culturel Français nell’ambito del festival ‘Video dia loghi (6)’.

«Io, cantore del cielo, fin dal 1965 sono facitore — fingitore di un iperrealismo artificiale nelle egemoniche corde dell’artificioso avanzante; frequentatore di nuvol’azioni, i sottesi sfacimenti antidevozionali sono afferenti ad una inseminazione spiedistalllzzante la romantica ‘lettura’ del cielo; consequenzialmente, disopacizzo gli spazi neutri con doverismo di ironia minimizzante con il ‘pennello ad aria’ (vedi pistola da carrozziere verniciatore) onde sliricare il modus pitturiale della tradizione. In aspettazione eventica che il cielo la smetta di imitare i miei quadri, continuo la mia storia, sapevole di luce da tubo catodico anziché di luce dell’ora». (Antonio Carena)

Ginevra: una finestra alla Martini
1991 Angelo Dragone